Il fermento del Vangelo

Nelle acque agitate dei nostri tempi ad ondate si ripresentano voci di cattolici che con slancio e con passione rilanciano il tema: possiamo ancora dare qualcosa a questo nostro Paese? Può il nostro patrimonio di fede essere il bacino a cui attingere per dare risposte ai problemi? La domanda emerge con chiarezza quando si parla di politica, ma attraversa tutta l’esistenza: dalla vita professionale alla vita familiare, dalle relazioni amicali alla vita delle comunità ecclesiali e civili, dal mondo della cultura al mondo dello sport, dei media e così via

Veglia di Pasqua dei cattolici latini a Gerusalemme, proclamazione del Vangelo (© Nadim Asfour/CTS)

Nelle acque agitate dei nostri tempi ad ondate si ripresentano voci di cattolici che con slancio e con passione rilanciano il tema: possiamo ancora dare qualcosa a questo nostro Paese? Può il nostro patrimonio di fede essere il bacino a cui attingere per dare risposte ai problemi? La domanda emerge con chiarezza quando si parla di politica, ma attraversa tutta l’esistenza: dalla vita professionale alla vita familiare, dalle relazioni amicali alla vita delle comunità ecclesiali e civili, dal mondo della cultura al mondo dello sport, dei media e così via. È interessante sottolineare un fatto: è una domanda formulata alla prima persona plurale. Non “io” ma “noi” possiamo? Ed è in questo “noi” che sta la forza e la difficoltà. La lunga stagione di pluralismo ecclesiale aperta dopo il Concilio Vaticano II, con la ricchezza dei carismi dei diversi gruppi (anche parrocchiali) e movimenti ha portato per contro un impoverimento sul fronte della comunione intra-ecclesiale per una incapacità diffusa a superare il particolarismo.
Ora qualcosa sta cambiando e l’Assemblea delle Chiese umbre ha mostrato una consapevolezza diffusa dei limiti delle nostre comunità e un desiderio di superarli.
Ritrovarsi in tanti e diversi per storie e sensibilità, pur uniti dalla stessa fede, è stato il primo forte segnale di un cambiamento possibile. Come? Anzitutto incontrandosi, parlandosi, accettando il rischio e la fatica del confronto.Nessuno ha la soluzione in tasca, neppure i nostri vescovi. C’è da parte loro una disponibilità ad accompagnare, sostenere, guidare il popolo che gli è affidato senza sostituirsi ad esso.
Non è un caso che sempre più spesso accanto ai valori e ai principi viene richiamata l’attenzione sul “modo d’essere”, sullo “stile” dell’agire cristiano. Lo ha fatto il presidente della Ceu mons. Renato Boccardo parlando alla presentazione del Rapporto Caritas sulle povertà. “La carità – ha detto – è un modo di essere, un modo di pensare che genera un modo di agire”, e poi ha sottolineato che evangelizzare significa immettere nel tessuto sociale “il fermento del Vangelo”, ovvero “quegli anticorpi che devono aiutare i cristiani a discernere ciò che è secondo il Vangelo e ciò che non lo è”. Lo ha fatto il cardinale Gualtiero Bassetti, in una intervista al quotidiano Avvenire il 9 novembre. “Faccio mie – ha detto il presidente della Cei – le parole di Papa Francesco: ‘È necessaria una nuova presenza di cattolici in politica. Una nuova presenza che non implica solo nuovi volti nelle campagne elettorali, ma principalmente nuovi metodi che permettano di forgiare alternative che contemporaneamente siano critiche e costruttive’. L’Italia – prosegue il cardinale – ha più che mai bisogno di laici cattolici che abbiano un’identità salda e chiara, che sappiano dialogare con tutti, che non siano eterodiretti, che siano in grado di costruire reti di impegno e che si assumano la responsabilità di rispondere alle ‘attese della povera gente’, direbbe Giorgio La Pira”.
Bassetti parla chiaramente di impegno politico ma il riferimento ai “laici cattolici” va oltre l’impegno politico e non esclude nessuno.

(*) direttore de “La Voce” (Perugia)

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