Rigurgiti filonazisti: Fiasco (sociologo), “un’ideologia di morte che non si è estinta”. Il rischio di “sdoganare” il “disprezzo verso l’umanità”

“La seduzione simbolica del neonazismo non è sparita nel maggio del 1945. Certo, vi è una ricorrente paccottiglia accademica, con qualche professore che vi reperisce una sorta di risarcimento per la sua condizione di ‘genio incompreso’ nell’ambiente universitario. Ma quell’ideologia di morte fornisce copioni e abiti di scena, e canoni estetici, ai consumatori di violenza, anche nella stagione che viviamo oggi. Tanto negli stadi quanto nelle aggregazioni criminaloidi delle periferie urbane. Cominciano a contarsi, infatti, troppi episodi per continuare a parlarne come ‘incidenti di percorso'”. Lo dice il sociologo Maurizio Fiasco, in un’intervista al Sir, nella quale commenta il crescente clima di odio in Italia, persino con rigurgiti di posizioni filonaziste. “Quando poi, dai luoghi centrali della politica, si levano parole contro i neri, gli immigrati, persino contro i naufraghi e il carico raccolto in mare di bambini e madri, ecco che si ‘sdogana’ il disprezzo verso l’umanità”, mette in guardia il sociologo, che aggiunge: “Il substrato neofascista e nazisteggiante aveva prosperato nella seconda metà del Novecento, per esempio su quell’asse tra il Veneto e Roma tristemente noto negli anni dello stragismo di destra. Sebbene colpito dall’azione giudiziaria sul finire del secolo, non si è però estinto. Anzi, si ripresenta, calandosi nel contenitore disponibile nello spazio fisico (le piazze) e in quello virtuale (dei social network): accettato, in contiguità, con un movimento esplicitamente xenofobo”. Ma non solo: “Occorre rimarcarlo in modo semplice: i nuovi estremisti non hanno alcun interesse a misurare le parole. Gridano, con gli occhi fuori dalle orbite. Ostentano la fisicità e la rabbia, facendo lievitare l’aggressività nel senso comune. Modalità che attecchiscono su una non piccola frazione della popolazione: quella che sta soffrendo per la violenta esclusione sociale derivata dalla precarietà economica”.

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