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“La libertà religiosa ha uno stretto rapporto di interdipendenza con gli altri diritti umani e con le libertà fondamentali. Diritti umani e libertà fondamentali si rafforzano vicendevolmente, mentre ogni violazione di uno solo di essi indebolisce tutti gli altri. La giurisprudenza sui diritti umani ha sempre sostenuto questo concetto”. Lo ha detto il 10 marzo a Roma l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Navi Pillay, intervenendo all'Atto accademico promosso dalla Pontificia Università Lateranense per celebrare la libertà religiosa a sessant'anni dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (Udhr). Citando l’ultimo rapporto del relatore speciale Onu per la libertà religiosa, Asma Jahangir, Pillay ha evidenziato che le violazioni di questa libertà colpiscono buddisti, cristiani, seguaci del falun gong, indù, ebrei e musulmani.
Bambini, donne e convertiti. Sono soprattutto bambini, donne e convertiti le vittime di discriminazioni e violenza in nome della fede e della religione, spiega l’Alto commissario Pillay. I bambini, dice, “vengono indottrinati con principi di intolleranza religiosa e utilizzati da attori non statali per fini abominevoli, come attentati suicidi”. Le donne sono invece discriminate “in alcune leggi nazionali, secondo l’appartenenza religiosa”. Chi ha cambiato religione “viene perseguitato da attori non statali ma in alcuni casi anche dalle autorità civili”. Il tema verrà affrontato oggi 11 marzo a Ginevra dal Consiglio per i diritti umani (massima autorità intergovernativa in materia, ndr). Secondo l’Universal Periodic Review, che analizza regolarmente lo stato dei diritti umani nei Paesi membri Onu, dal 2008, anno della sua istituzione, ad oggi, “la libertà religiosa è stata oggetto di rapporto o discussione in 88 dei 112 Stati esaminati”. Secondo l’Alto commissario si tratta di “una questione di rilevanza mondiale”.
Un dovere di tutti. Può inoltre accadere, osserva ancora, che “persone appartenenti a quella che è la maggioranza religiosa di un determinato Paese non sempre siano libere da pressioni per indurle a aderire ad una certa interpretazione di quella stessa religione”. Un ulteriore caso in cui la loro libertà “deve essere tutelata”. Di qui il “dovere di ogni Stato, indipendentemente dal suo background politico, economico o religioso, di promuovere e proteggere la libertà religiosa” nell’ambito dei “diritti umani e delle libertà fondamentali”. Dovere di tutti noi – conclude l’Alto commissario richiamando il 2010, proclamato dall’Unesco “Anno internazionale per l’avvicinamento delle culture” – “è promuovere la tolleranza, la conoscenza e la comprensione vicendevole” per consentire a chiunque “di esprimere le proprie opinioni” e “costruire un mondo caratterizzato dal dialogo e dal rispetto reciproco”.
Consolidamento degli “ethos civili”. Il diritto alla libertà religiosa come “libertà di manifestare isolatamente o in comune, in pubblico e in privato, la propria religione o il proprio credo nell’insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell’osservanza dei riti”, ma anche come “libertà di cambiare religione” o “di non praticarne alcuna”, è contemplato nella Dichiarazione del 1948. Ad avviso di mons. Mario Toso, segretario del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace, tale diritto “tutela e promuove l’essenza etica della vita sociale” e “consente l’allargamento e il rafforzamento della piattaforma morale della famiglia dei popoli”. Per il relatore occorre “riconoscere con coraggio la valenza pubblica della religione, ossia la sua funzione di purificazione e consolidamento degli ethos civili”, e il contributo che essa può offrire “all’affermazione di un ordine sociale e internazionale fondato sulla dignità umana e nel quale i diritti e le libertà fondamentali possano essere pienamente realizzati”.
Dignità e identità della persona. Secondo mons. Rino Fisichella, rettore della Lateranense, oggi emergono domande di “decisioni concrete in risposta ad atteggiamenti che tendono a relativizzare il ruolo pubblico della religione”, nonché richieste “di superare l’atteggiamento discriminatorio o addirittura oppressivo che ancora si riscontra in alcuni contesti” in materia di tutela della libertà e dell’identità religiosa e di esercizio del culto. Di fronte alla tendenza a voler relegare la religione “alla sfera del privato”, avverte mons. Fisichella, occorre capire “se sia possibile limitare quanti, parte di un’identità religiosa”, pongono in essere “atti e fatti che acquistano rilevanza nella dimensione sociale e giuridica”. “Limitare la religione e le libertà che da essa discendono – sostiene il rettore - appare oggi impraticabile per il peso e la funzione acquisita dalla tutela dei diritti umani che hanno come fondamento la dignità della persona e la sua appartenenza ad una identità. Un fondamento da cui scaturisce la loro portata universale e il principio dell’uguaglianza degli esseri umani”. Elementi, conclude, “facilmente applicabili al diritto di libertà religiosa proprio della persona”.
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