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Tre immagini per questa terza domenica di Quaresima: il roveto ardente, la parabola del fico sterile e gli episodi di cronaca, la repressione romana per volere di Pilato all’interno del tempio e i diciotto morti per il crollo della torre di Siloe. Tre immagini che si iscrivono nel cammino di conversione che questo tempo liturgico ci propone. Tre immagini che Benedetto XVI propone nei suoi interventi di domenica, prima alla parrocchia romana di San Giovanni della Croce al Colle Salario, poi in piazza San Pietro, tradizionale appuntamento per l’Angelus. La riflessione percorre questi tre momenti che hanno un fil rouge unico: l’ascolto della Parola di Dio. Non è il luogo che conta, Saulo diventa Paolo lungo la via che porta a Damasco; Mosè ascolta la voce di Dio davanti a un roveto ardente che non si consuma. Ciò che è davvero importante è sentirsi interpellati, rispondere a quella chiamata, saper ascoltare e, soprattutto, essere capaci di cambiare, di convertirsi. Così gli episodi delle vittime della repressione di Pilato e del crollo della torre di Siloe vengono letti dalla gente che li ha visti, come una punizione divina per i peccati di quelle vittime. Ritenendosi nel giusto, ricorda il Papa all’omelia nella parrocchia romana, le persone si credono “al riparo da tali incidenti, pensando di non avere nulla da convertire nella propria vita”. È un’illusione, dice Gesù: “Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”. Che cosa ci dice l’episodio narrato da Luca? Che è proprio il chiudersi, non ascoltare la voce del Signore, “non percorrere la strada della conversione di se stessi, che porta alla morte, quella dell’anima”. Il tempo di Quaresima, dice il Papa, è invito “a dare una svolta alla propria esistenza pensando e vivendo secondo il Vangelo, correggendo qualcosa nel proprio modo di pregare, di agire, di lavorare e nelle relazioni con gli altri”. Ed ecco il secondo episodio che ci aiuta a riflettere e che possiamo leggere nella prospettiva di un tempo donato all’uomo per cambiare, per convertirsi, ma che è anche il tempo della pazienza di Dio, che sa ascoltare, attendere. Luca ci propone la parabola di un fico piantato in una vigna, incapace di dare frutti. Il padrone della vigna dice al contadino di tagliare la pianta che da troppi anni non da frutti. Ed ecco, infine, Mosè che nel deserto, dove oggi c’è il Convento di Santa Caterina, sotto il monte Oreb, vede un roveto che arde ma non si consuma. Quando si avvicina una voce lo chiama, una voce che afferma di essere il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, e che gli dice di andare in Egitto “per condurre il popolo di Israele nella terra promessa, domandando al faraone, nel suo nome, la liberazione di Israele”. Già in questo brano dell’Esodo cogliamo il cammino di conversione di Mosè che si avvicina a Dio, si sente chiamato da Dio, ne accoglie la parola e va a testimoniare ciò che gli è stato rivelato. Chiede a Dio qual è il suo nome e si sente rispondere: “Io sono colui che sono”. Sembra strana come risposta, anzi sembra un non rispondere alla domanda di Mosè: “Egli è – ricorda il Papa – e questo deve bastare”. Dio si manifesta in diversi modi, ci ricorda ancora Benedetto XVI all’Angelus, anche nella vita di ciascuno di noi: “Per poter riconoscere la sua presenza è però necessario che ci accostiamo a lui consapevoli della nostra miseria e con profondo rispetto. Diversamente ci rendiamo incapaci di incontrarlo e di entrare in comunione con Lui. Come scrive l’apostolo Paolo, anche questa vicenda è raccontata per nostro ammonimento: essa ci ricorda che Dio si rivela non a quanti sono pervasi da sufficienza e leggerezza, ma a chi è povero ed umile davanti a lui”. La parabola del fico sterile non conosce una conclusione: Dio ha voluto lasciare la porta aperta all’uomo, alla sua capacità di accogliere la parola e di viverla, nel tempo che gli è donato. Così l’inizio del dialogo tra l’uomo e Dio, le dieci parole, il roveto ardente, trova il suo apice in quel venerdì sul monte Calvario. Se Mosè accoglie la parola di Dio che libera dalla schiavitù del faraone, e porta il suo popolo nella terra promessa, il Golgota, dice Benedetto XVI, ci rivela un Dio “che abbraccia ogni uomo con la potenza salvifica della Croce e della Risurrezione e lo libera dal peccato e dalla morte, lo accetta nell’abbraccio del suo amore”. Come quella pianta posta al centro della vigna, l’uomo non è chiamato ad essere “sterile” ma a testimoniare il grande dono di essere stati creati a immagine e somiglianza di Dio.
Fabio Zavattaro
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