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Mons. Jozef Zycinski, arcivescovo di Lublino (Polonia) e membro del Pontificio Consiglio della cultura, interverrà al convegno "Fare l'Europa. Le radici e il futuro", che la Fisc (Federazione italiana settimanali cattolici – 186 testate locali per un milione di copie settimanali) promuove a Piacenza dal 18 al 20 marzo per celebrare i 100 anni del settimanale della diocesi di Piacenza-Bobbio "Il Nuovo Giornale". Lo abbiamo intervistato.
Al convegno dei settimanali cattolici italiani lei tratterà il tema “Senza fede l’Europa muore”: quale vuole essere, in sintesi, il suo messaggio? “Durante il mio incontro con i giornalisti cattolici a Piacenza vorrei riflettere sulle conseguenze della tesi formulata da Friedrich Nietzsche nel 1882: ‘Dio è morto’. Da quei tempi, la tesi sulla morte di Dio è stata ripetuta più volte. Bisogna ricordare però che la formazione dell’Europa è stata influenzata da un’altra tesi, e cioè dalla dottrina che afferma che l’uomo è creato ad immagine e somiglianza di Dio. Quindi, se Dio è morto, muore anche l’uomo creato a sua immagine e somiglianza. Quella tesi traspare oggi non solo nelle pubblicazioni cattoliche ma anche in molte altre che parlano dell’umanesimo europeo. In quegli scritti si afferma spesso che i valori dell’umanesimo stanno scomparendo, si parla dello sfaldarsi della tradizione che per duemila anni ha costituito il volto dell’Europa, si asserisce la morte dell’uomo. La morte dell’uomo e della cultura umanista è conseguenza della morte di Dio dichiarata con grande gioia. Vorrei quindi discutere con i giornalisti della questione se davvero la civiltà e la cultura europea oggi si trovino al cospetto della morte, e su che cosa possiamo fare insieme per opporci alle prognosi nefaste che interpretano la realtà in chiave unicamente pessimistica”.
Quali sono gli aspetti dell’attuale processo di unificazione europea che più la preoccupano? “Ci sono molte ragioni per essere preoccupati e le persone sensibili dovrebbero reagire a quelle sfide. In alcuni recenti incontri ai quali ho preso parte, organizzati in ambienti giornalistici dell’Europa occidentale, i relatori che volevano presentare un’alternativa al cristianesimo ripetevano spesso la domanda: ‘A che cosa serve Dio nella tradizionale accezione cristiana?’. Dentro di me, allora, nasceva voglia di alzarmi e chiedere: ‘Ma a che cosa servono Mozart e la sua musica, Einstein e la sua fisica geniale, a che cosa servono Goethe e Dante, e la loro poesia?’. Certo, possiamo vivere facendone a meno. Ma possiamo anche rimanere tranquillamente seduti davanti ad una caverna a bere whisky. Anche questa sarebbe una proposta per gli homo sapiens”.
Crede che i cattolici siano sufficientemente consapevoli dell’importanza e dell’urgenza di conoscere meglio la realtà europea per poter contribuire alla sua crescita? “Oggi abbiamo a che fare con un vortice culturale. Il nostro compito come cattolici è quello di opporci al pessimismo. Non possiamo farci sopraffare dal pensiero cupo che tutto sia perduto. Dobbiamo comportarci come le donne che, di buon mattino, si precipitano al sepolcro. Dobbiamo, superando le disillusioni, portare l’olio dei valori che non possono essere commerciabili, esprimere la nostra fedeltà e avere fiducia in Dio. Ed Egli farà il resto”.
Quale il ruolo dei giornalisti cattolici nella costruzione dell’Europa? “Comprendo i problemi dei giornalisti e li difendo sempre quando si chiede loro di scrivere solo cose positive. Questo non è fattibile. Il Venerdì Santo non può essere descritto con gioia. Non è pensabile. È stata una tragedia, un dramma. Ma il Venerdì Santo non è stato l’ultimo capitolo. Dai giornalisti cattolici mi aspetto che guardino le cose con una prospettiva un po’ più lungimirante di quella dei loro colleghi atei. Questi, che considerano la perdita e il vuoto l’ultima parola, saranno avviliti, mentre noi sappiamo che oltre i criteri umani c’è la realtà della grazia nella quale opera Cristo. Credo inoltre che, anche per quanto riguarda l’Europa, i giornalisti che prendono sul serio la propria vocazione e la propria testimonianza abbiano molto da fare per contrastare pregiudizi, stereotipi e visioni semplicistiche”.
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