Regno Unito alle urne tra una settimana. Brexit in vista e… la Scozia se ne va?

Due politologi, docenti alla London School of Economics di Londra, spiegano gli scenari che si potrebbero aprire dopo il voto di giovedì 12 dicembre. Il premier conservatore Johnson è in vantaggio nei sondaggi, ma una vittoria “dimezzata” rischia di dividere ulteriormente il Paese. Questa sera l'ultimo dibattito televisivo

Una Scozia indipendente, un leader laburista dimissionario, un governo Tory che promuove, per la prima volta nella sua storia, le classi con un basso reddito e i servizi pubblici. Queste potrebbero essere le conseguenze – imprevedibili – delle elezioni britanniche di giovedì prossimo, 12 dicembre, secondo due politologi molto noti nel Regno Unito, docenti alla London School of Economics di Londra. Durante un incontro, organizzato alla prestigiosa università, dal Foreign Office, il ministero degli esteri britannico, Tony Travers, esperto di elezioni e amministrazione pubblica, e Patrick Dunleavy, specializzato in amministrazione pubblica, hanno analizzato ieri sera l’elettorato alla vigilia della chiamata alle urne più importante del dopoguerra. E per questa sera è atteso l’ultimo dibattito pubblico tra il premier Boris Johnson e il suo principale antagonista, il leader laburista Jeremy Corbyn.

“I cittadini britannici daranno una maggioranza a Boris Johnson, oppure produrranno un hung parliament, il cosiddetto ‘parlamento appeso’”, ha spiegato Patrick Dunleavy, secondo il quale, “anche se, in questo momento, i conservatori sono avanti nei sondaggi di almeno nove punti sui laburisti, con circa il 42% degli elettori, contro il 33% del Labour, vi è ancora un 3% di elettori indecisi e chi vota Labour tende a scegliere all’ultimo momento”. Una netta vittoria Tory, secondo l’esperto, sembra molto probabile e, cosi, si aprirebbe la strada al Brexit. È stata proprio la promessa di portare la Gran Bretagna fuori dalla Ue, infatti, il cavallo di battaglia di Johnson durante la campagna elettorale. Anche se ci vorranno anni per completare il processo, il premier lo presenta come un semplice passaggio indolore. E quella sua frase “Get Brexit done”, “Brexit fatto e finito”, sembra aver conquistato chi andrà a votare.

Secondo Travers e Dunleavy, “per mantenere la parola data, Johnson dovrà avere almeno 322 parlamentari sui 650 che entreranno a Westminster. Il premier è facilitato dal fatto che ha allontanato i membri del partito che erano più favorevoli all’Europa, dando spazio ad altre personalità estreme, che sostengono l’uscita del Regno Unito dalla Ue”. “In caso di vittoria conservatrice, il leader laburista Jeremy Corbyn dovrà dimettersi e il partito, che rischia di rimanere all’opposizione altri cinque anni, dovrà cercare faticosamente una nuova guida”, continuano i due politologi. Tuttavia Brexit sembra passare in secondo piano in questi ultimi giorni di campagna elettorale: i cittadini sembrano più preoccupati del servizio sanitario pubblico, secondo i sondaggi.

La chiave della vittoria di Johnson – i due esperti sono d’accordo – sono quei seggi “marginal”, ovvero laburisti, ma soltanto per una manciata di voti, nel nord e centro d’Inghilterra, che i Tory devono conquistare per avere la maggioranza in parlamento. “Qui ci sono quei lavoratori puniti dalla globalizzazione. Zone che hanno già sofferto con la chiusura delle miniere e la fine della rivoluzione industriale e, adesso, si sono impoverite ancora di più e danno la colpa all’Unione europea. Sono elettori che hanno sempre votato laburista ma che, questa volta, per ottenere il Brexit, sceglieranno i conservatori”, dicono Travers e Dunleavy. “E il partito Tory rischia di trasformarsi, così, in una formazione populista”, continua il professor Travers, “con un programma di investimenti pubblici che sembra in contraddizione con le politiche dei conservatori che, da sempre, proteggono le grandi aziende e promuovono il libero mercato”.

“Un ‘no deal’, ovvero un’uscita senza accordo dalla Ue, tuttavia, è ancora possibile se Johnson otterrà soltanto tra i 313 e i 322 parlamentari perché, in quel caso, non avrà la maggioranza necessaria per fare approvare da Westminster l’accordo che ha negoziato con Bruxelles”, spiegano i due esperti. “Sembra molto improbabile, ma se Boris Johnson dovesse scendere sotto i 312 parlamentari, allora un secondo referendum sul Brexit potrebbe essere possibile perché ci potrebbe essere un patto tra i nazionalisti scozzesi dello Snp, i Verdi, i liberaldemocratici e i nazionalisti gallesi di Plaid Cymru che potrebbero sostenere un Jeremy Corbyn primo ministro”, secondo Dunleavy. All’incontro alla London School of Economics è stato confermato che un secondo referendum sull’indipendenza alla Scozia è possibile, perché promesso agli elettori da Nicola Sturgeon, la leader del partito nazionalista scozzese, popolarissima in questo momento a nord del vallo di Adriano.

Altri articoli in Europa

Europa