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Regno Unito verso il voto. McGee: “Democrazia polarizzata, esito imprevedibile”

Il direttore esecutivo di “Apco Worldwide”, politologo e giornalista, parla di un Paese lacerato e di una campagna elettorale "drammatica". Brexit pesa sull'opinione pubblica e divide i partiti.  "C’è stato anche un enorme aumento nel numero dei cittadini che si sono iscritti per votare e una grande proporzione di questi sono giovani al di sotto dei trent’anni. Sono dati che dimostrano quanto queste elezioni siano importanti e quale sia la posta in gioco"

“Diversi partiti politici, più esiti possibili, maggior numero di temi discussi rispetto alle precedenti elezioni che tendevano ad essere più ‘semplici’. Di solito la scelta era tra la competenza economica, nella quale i conservatori si professano da sempre campioni, e la tutela dei servizi pubblici e del welfare, dei quali sono i laburisti a definirsi portabandiera”. Non questa volta. Per Simon McGee (nella foto), cattolico, direttore esecutivo di “Apco Worldwide”, società di consulenza per capi di governo e ministri di tutto il mondo, una carriera nel giornalismo come corrispondente politico del “Sunday Times”, “il risultato delle elezioni britanniche del prossimo 12 dicembre è imprevedibile e la campagna elettorale in corso drammatica. Colpa, ancora una volta, del Brexit che ha complicato la scena politica britannica”.

Può sintetizzare i programmi dei due partiti principali, conservatori e laburisti?
I Tories hanno presentato il programma di spesa pubblica più ampio della storia del loro partito perché hanno capito che, per conquistare gli elettori, devono promettere fondi, garantiti dal Brexit, che potranno essere investiti nel servizio sanitario pubblico e nella polizia. Anche i laburisti hanno un manifesto di tasse senza precedenti, durissime nei confronti delle aziende e delle classi medio-alte, in cambio di un piano di nazionalizzazioni e investimenti nei servizi che non sembra realistico. Il piano Corbyn è stato giudicato irresponsabile e pericoloso, anche da centri studi che seguono un approccio socialdemocratico come la “Resolution Foundation”, perché non esistono soldi per finanziarlo.

Una scena politica più complicata rispetto al passato?
Certo, anche perché non ci sono soltanto laburisti e conservatori. Ci sono i liberaldemocratici, che sono l’unica formazione schierata, con decisione, per fermare il processo di uscita del Regno Unito dall’Ue e, quindi, potrebbero guadagnare molti voti, soprattutto tra i giovani. E i nazionalisti scozzesi dello Snp. Per la prima volta gli attacchi della loro leader Nicola Sturgeon a Boris Johnson vengono ripresi dai media inglesi. Perché questo partito, con la sua richiesta di una Scozia indipendente, è diventato maggiormente importante, rispetto al passato, perché potrebbe provocare la frattura del Regno Unito. Abbiamo, quindi, una situazione complicata, se paragonata alle precedenti elezioni, quando i politici provenivano dalle stesse università e proponevano programmi di spesa pubblica che non erano radicalmente diversi tra di loro. C’è stato anche un enorme aumento nel numero dei cittadini che si sono iscritti per votare e una grande proporzione di questi sono giovani al di sotto dei trent’anni. Sono dati che dimostrano quanto queste elezioni siano importanti e quale sia la posta in gioco.

Quali sono gli esiti possibili?
Anche se il risultato è molto difficile da predire, due esiti sono possibili. Una maggioranza per Boris Johnson che così potrà portare a termine il Brexit. Oppure un “hung parliament”, il cosiddetto “parlamento appeso”, nel quale nessuno dei due partiti principali avrebbe una maggioranza. In questo secondo caso è possibile che laburisti, liberaldemocratici, nazionalisti scozzesi dello Snp, gallesi del Plaid Cymru e Verdi, tutti a favore di un secondo referendum, decidano di sostenere un governo di minoranza targato laburista. Il prezzo chiesto dai nazionalisti scozzesi sarebbe, in questo, caso un secondo referendum sull’indipendenza della Scozia.

 

Insomma esiste ancora una possibilità che il Brexit non venga portata a termine?
Sì. È ancora possibile che la Gran Bretagna non esca dall’Unione europea perché il Labour ha promesso di rinegoziare un accordo con la Ue per poi proporlo agli elettori. I liberaldemocratici, che potrebbero guadagnare molti voti alle prossime elezioni, vogliono chiedere un secondo referendum come prezzo per entrare a far parte di una coalizione. Penso che sia pericoloso indire un’altra consultazione anche se, personalmente, preferirei che il Regno Unito rimanesse nella Ue.

Perché?
È pericoloso, per una democrazia, ignorare il risultato di un referendum (quello svoltosi nel giugno 2016 in cui prevalsero i voti per uscire dall’Unione europea), che è un importante strumento per conoscere la volontà popolare. Il parlamento ha legiferato per indire questa consultazione e ha poi deciso che il risultato andava rispettato. Vivere in una democrazia significa anche accettare il fatto che il popolo ha deciso diversamente rispetto alle tue posizioni…

È preoccupato per queste elezioni?
Lo sono. Perché si tratta di un risultato incerto, difficile da prevedere. La nostra politica è diventata più “estrema”, polarizzata e, in questa situazione, qualunque partito vinca, ci sarà una parte significativa del Paese molto insoddisfatta dal risultato. Quando la vita pubblica è così radicalizzata, anche fra i cittadini emergono maggiori elementi di divisione rispetto a ciò che unisce il Paese.

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