Pasqua: Gesù ha abbracciato il silenzio dei poveri e degli esclusi

Gesù ha abbracciato il silenzio della vita nuda, vulnerabile, indifesa o ferita, la vita che nessuna città accoglie, la vita bloccata dal filo spinato delle frontiere, impietosamente segnata in funzione dello scarto. Ha abbracciato il silenzio di tutte le vittime della storia, il silenzio terrificante dell'ingiustizia, la lama cieca della violenza, il grido senza voce degli esclusi, il silenzio imposto ai poveri, l'ultimo sguardo immenso e silenzioso che i giusti gettano sulla terra

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

“Mi sentirei più vicino a Gesù se lo avessero fucilato invece di crocifiggerlo”, disse un giorno un giovane ufficiale di ritorno dalla guerra di Corea alla scrittrice Marguerite Yourcenar. A volte è difficile trovare l’essenziale sotto le tracce del passato. Quello che Yourcenar gli propone è di “estrarre dai testi sacri che si leggono, ma non sempre si ascoltano, quelle parti che ci impressionerebbero se le trovassimo in Dostoevskij o in Tolstoj”. Lei è una scrittrice: narrare e raccontare è il suo metodo di avvicinamento alla verità. Ad ogni Pasqua, anche i cristiani ritornano alle grandi narrazioni della Passione, per avvicinarsi alla verità di Gesù. E, nell’intensità di questo ascolto, comprendiamo che, con la sua vita e la sua morte, Gesù è disceso per abbracciare tutti i nostri silenzi, anche quelli abissali, anche quelli distanti, ridicendo la vita come possibilità di salvezza. Ha abbracciato il silenzio dei nostri vicoli ciechi, di ciò che viene omesso in noi o di noi; il silenzio in cui le nostre forze collassano e ci lasciano in balia della paura e dell’ombra che assediano; quel silenzio che così spesso ci sembra irrisolvibile, quello di questa impaziente indefinitezza che siamo tra il già e il non ancora.

Gesù ha abbracciato questo tempo schiacciato tra sconfitte e speranze, questo tempo che duole come una spina, questo tempo segnato da furiose tempeste e naufragi che ci assalgono, pronti a farci a pezzi.

Gesù ha abbracciato il silenzio della vita nuda, vulnerabile, indifesa o ferita, la vita che nessuna città accoglie, la vita bloccata dal filo spinato delle frontiere, impietosamente segnata in funzione dello scarto. Ha abbracciato il silenzio di tutte le vittime della storia, il silenzio terrificante dell’ingiustizia, la lama cieca della violenza, il grido senza voce degli esclusi, il silenzio imposto ai poveri, l’ultimo sguardo immenso e silenzioso che i giusti gettano sulla terra. Il modo in cui Gesù ha assunto la sua missione è stato questo, fino alla fine: un servizio amorevole alla nostra umanità, relegando se stesso all’ultimo posto, disponendosi ad una progressiva umiliazione, essendo fedele fino alla morte, e alla morte di croce. In verità, non c’è niente e nessuno che Gesù non abbia abbracciato.
Tuttavia,

comprenderemo il significato complessivo di questa morte solo se andremo oltre la mera cronaca della crocifissione e riconosceremo che la conseguenza dell’offerta sacrificale di Cristo è l’annullamento del peccato.

Utilizzando un linguaggio che, in seguito, diventerà corrente, l’apostolo Paolo parla di una redenzione, un’espressione della terminologia commerciale che significa un trasferimento di una proprietà. L’uomo è “riacquistato”. È restituito ad una piena appartenenza a Dio e a se stesso per mezzo della distruzione del male operata dalla morte di Gesù. Questo diventa evidente nella verità che siamo chiamati ad accogliere, a toccare con mano e a riconoscere: che quel Cristo crocifisso è anche il Cristo risorto; che egli è ora il Signore della Gloria, e ci trasmette il suo Spirito per renderci partecipi della sua vita divina. La Pasqua è dunque, nella sua ampiezza, un mistero in cui la croce e la gloria si fondono al punto di diventare inseparabili.

(*) archivista e bibliotecario di Santa Romana Chiesa

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