Giovedì Santo. Un Dio imitabile

Gesù ci vuole suoi imitatori e vuole che nelle nostre relazioni (sia quelle con i fedeli, sia quelle fra di noi) siamo sempre ministri di guarigione. Se non le viviamo così non diverranno mai relazioni ministeriali: saranno solo amicizie e, nella peggiore delle ipotesi, complicità.

La Messa crismale è fra le più solenni nella Liturgia della Chiesa cattolica. È chiamata così in rapporto al Signore Gesù, l’Unto (Cristo) per eccellenza, la cui unzione fluisce sul suo Corpo che è la Chiesa, ossia su tutti noi. E anche in riferimento agli Olii, che saranno benedetti durante la sua celebrazione; in particolare al Crisma, ch’è un olio misto ad essenze di profumo.
Ogni Sacramento della Chiesa (e così tutte le altre sue azioni) ha insita una dimensione di guarigione. Ricordiamo la parola di Gesù: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: Misericordia io voglio e non sacrifici. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori” (Mt 9, 12-13). Alla luce di quest’infinita misericordia, San Bonaventura afferma che

i “sacramenti sono stati istituiti anzitutto come medicina per curare”.

Risentiamo l’eco dell’annuncio di Gesù nella sinagoga di Nazareth: “Mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore” (Lc 14, 18-19). E cosa sono tutti costoro, se non gente bisognosa d’aiuto, di cura, di conforto? E chi sono queste persone, se non proprio noi che abbiamo come condizione la fragilità e siamo, per di più, feriti dal peccato? E quand’è che questa guarigione dobbiamo invocarla da Dio se non oggi?

Siamo noi i malati bisognosi di aiuto e questi Olii sono già pronti per noi.

Sia, dunque, Olio di guarigione e di speranza quello che oggi è benedetto e consacrato. Lo sia per i fedeli cui è riservato e anche per noi sacerdoti, che ne siamo i ministri.

Anche noi sacerdoti abbiamo le nostre ferite quotidiane e molte di queste sono sotto gli occhi dei fedeli. Spesso, per carità cristiana non ci dicono nulla, ma ben si accorgono se siamo svogliati, accidiosi, egocentrici, narcisisti, invidiosi, maldicenti…. Loro, al contrario, stimano e mostrano comprensione e vicinanza al prete se lo vedono prendersi cura della Chiesa di Dio (cf. 1Tim 3, 2); quando s’accorgono che è generoso, disinteressato, caritatevole, operatore di pace. Il popolo di Dio ha un istinto spirituale che gli permette di distinguere in noi la stanchezza dalla pigrizia, la fragilità dall’indolenza, la castità dall’incapacità di amare. In questi ultimi anni, poi, col disonore dell’abuso sui minori e l’enorme dolore provocato nelle vittime, si sono manifestate nella nostra fraternità sacerdotale altre gravissime ferite.

Eppure, proprio noi che siamo feriti, siamo chiamati a guarire gli altri. Ci chiama Cristo, che si è fatto uomo per assumere su di sé le nostre infermità.

Gesù ci vuole suoi imitatori e vuole che nelle nostre relazioni (sia quelle con i fedeli, sia quelle fra di noi) siamo sempre ministri di guarigione. Se non le viviamo così non diverranno mai relazioni ministeriali: saranno solo amicizie e, nella peggiore delle ipotesi, complicità.
Il Papa una volta ha detto che “Dio si immischia nelle nostre miserie, si avvicina alle nostre piaghe e le guarisce con le sue mani; e per avere mani si è fatto uomo. È un lavoro di Gesù, personale: un uomo ha commesso il peccato, un uomo viene a guarirlo”. Ha concluso dicendo che “Dio non ci salva soltanto mediante un decreto, con una legge; ci salva con tenerezza, ci salva con carezze, ci salva con la sua vita per noi” (Omelia in Santa Marta del 22 ottobre 2013).

Dio, in tutto questo, noi possiamo imitarlo.

Mostrare questo volto divino ha avuto per Gesù un costo molto alto: la sua passione e la morte di croce. Questo prezzo, però, egli non solo lo ha voluto, ma lo ha amato. Non ne ha fatto una cambiale, che si estingue dopo il pagamento del conto; i segni della passione, infatti, Gesù se li è portati anche nella nuova situazione glorificata. “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco”, dirà a Tommaso (Gv 20, 28) il quale, dalle ferite, lo riconobbe.

Sarebbe bello se anche noi fossimo riconosciuti dalle ferite: non certo quelle provocate dalle miserie umane di cui ho detto prima, ma da quelle lasciateci dalla carità pastorale.

La carità, infatti, è sempre a “caro prezzo”. Non lascia mai incolumi; apre, anzi, nella vita delle ferite che diventano poi gli spazi che ci abilitano ad accogliere l’A/altro.

(*) vescovo di Albano

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